L’incoronazione di Poppea

Varie



Prologo
Fortuna e Virtù discutono sul loro potere di influenzare le sorti dell’uomo. Ma Amore le sfida, dichiarando la propria sovranità.

Atto I
Ottone si aggira all’alba intorno all’abitazione di Poppea nella speranza di incontrarla («Apri un balcon, Poppea»), ma scopre sconvolto due soldati di Nerone a guardia della dimora della sua amata. Svegliatisi di soprassalto, i soldati maledicono «Amor, Poppea, Nerone,/ e Roma, e la Milizia», scambiandosi commenti sulla precarietà dell’impero e sulle vicende private a corte. Poppea tenta di trattenere Nerone («Signor, deh non partire»), che si congeda dopo averle promesso di ripudiare la moglie Ottavia. Rimasta sola, Poppea non ascolta i saggi consigli della nutrice Arnalta, che la mette in guardia sui suoi ambiziosi progetti di diventare imperatrice.
L’imperatrice Ottavia lamenta con desolazione la sua sorte, maledicendo Nerone («Disprezzata Regina»). A nulla vale il conforto spicciolo della sua nutrice, che le consiglia di trovarsi un amante, o il conforto filosofico di Seneca, che medita sull’infelicità e a cui Pallade preannuncia la prossima fine. Nerone comunica a Seneca la decisione di ripudiare Ottavia, ma perde spesso la pazienza di fronte alle ferme risposte del maestro, che lo accusa di «irragionevole comando». Sopraggiunge Poppea, che ormai domina del tutto Nerone, convincendolo ad ordinare immediatamente la morte di Seneca. Poppea si scontra con Ottone, che le rimprovera la sua infedeltà, ma che da lei viene respinto. Dopo aver invano progettato di ucciderla, Ottone è raggiunto dall’innamorata Drusilla, alla quale promette di dedicarsi, nonostante commenti consapevolmente fra sé: «Drusilla ho in bocca, et ho Poppea nel core».

Atto II
Mercurio annuncia a Seneca la sua prossima morte. Sopraggiunge infatti un liberto che comunica al filosofo l’ordine di Nerone; Seneca si congeda serenamente dai famigliari e si uccide. Nell’atmosfera cupa della corte, di contrasto, la damigella e il valletto si dilettano in schermaglie amorose. Alla notizia, Nerone canta con Lucano la bellezza di Poppea («Or che Seneca è morto,/ cantiam, cantiam, Lucano»).
Decisa a vendicarsi, Ottavia ordina ad uno sbigottito Ottone di uccidere Poppea, sfruttando un travestimento in abiti femminili per non essere riconosciuto. Ottone rinnova le sue promesse di fedeltà a Drusilla, cui chiede aiuto per portare a termine il suo progetto omicida. Drusilla sventatamente acconsente e gli dà le sue vesti. Frattanto Poppea si affida ad Amore per coronare i suoi sogni e si addormenta nel giardino di casa. Arnalta le canta una dolcissima ninna-nanna («Oblivion soave»).
Ottone, travestito da donna, si avvicina al giardino, ma il suo progetto è sventato da Amore sceso per vegliare la sua protetta. Arnalta dà l’allarme, ma Ottone fugge.

Atto III
Drusilla viene sorpresa e imprigionata dai soldati guidati da Arnalta, poiché presunta autrice dell’attentato. Per salvare l’amato, Drusilla si confessa colpevole di fronte a Nerone. Ottone confessa di essere il colpevole, su istigazione di Ottavia; Nerone capisce di avere finalmente il pretesto per ripudiare l’imperatrice e spedisce Ottone e Drusilla in esilio.
Arnalta gioisce per l’ascesa sociale di Poppea (e sua), mentre Ottavia afflitta abbandona Roma («A dio Roma, a dio patria, amici a dio»). Un coro di consoli e tribuni, insieme ad un coro celeste guidato da Venere e Amore, acclama Poppea imperatrice. Trionfanti, i due amanti inneggiano al loro amore nel duetto finale «Pur ti miro».

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